Chianti, il Classico

Il 24 settembre il Consorzio festeggia 300 anni del vino Una storia che si incrocia con quella dell’Italia.

Il Granduca Cosimo III de’ Medici e il «barone di ferro» Bettino Ricasoli. Non è da tutti vantare «padri» nobili di questo peso come può invece fare il Chianti, il vino italiano che per anni è stato il più famoso e il più conosciuto in tutto il mondo. Complice anche quel fiasco che ne è diventato il simbolo prima di essere abbandonato dalla maggior parte dei produttori. Il 2016, però, sarà una tappa particolare della sua storia perchè il Chianti festeggia i suoi 300 anni. Un ricorrenza che sarà celebrata a Firenze il 24 settembre, giorno in cui, nel 1796, il Granduca di Toscana decise di delimitare con un bando, per la prima volta nella storia, alcuni territori particolarmente vocati per la produzione di vini di alta qualità. Un fatto assolutamente eccezionale visto che fino ad allora nessuno ci aveva pensato e soprattutto una intuizione che anticipava di quasi tre secoli quelle che poi sarebbero state le Denominazioni di Origine controllata. «A distanza di 300 anni da quel bando – racconta Giuseppe Liberatore, direttore del Consorzio – il territorio del Chianti Classico può essere a ragione definito come un vero e proprio distretto produttivo, tra i pochi in Italia, a vantare una storia centenaria. Oggi più che mai, sulla scia della lungimiranza del Granduca Cosimo III, è nostro compito tutelare e proteggere e valorizzare in tutto il mondo un prodotto unico, sinonimo di qualità assoluta».

Così il 24 settembre il Consorzio ha organizzato una serie di celebrazioni durante tutta la giornata che si concluderanno con una cerimonia a palazzo Vecchio, sede del Comune. Ma la festa continuerà fino al termine del 2016 con manifestazioni ed eventi che avranno come simbolo di riconoscimento un logo che unisce le due date dei trecento anni.

Eppure nonostante tanta storia e «lungimiranza» il Chianti ha avuto anche momenti non esaltanti. È successo nel periodo dagli anni ’20 fino a tutti gli anni ’70, quando con il nome Chianti si identificava una zona vastissima che comprendeva praticamente tutti i vigneti della Toscana centrale. Lì si produceva un vino facile, poco impegnativo e di non grande spessore. Era successo che il ruvido Sangiovese era stato «ammorbidito» con uve Trebbiano e Malvasia. Una scelta che seguiva la «ricetta» che era stata stabilita da Bettino Ricasoli a fine ’800 ma forzandola un po’. Il Barone di ferro aveva infatti stabilito che oltre il Sangiovese si potesse usare anche la Malvasia. Ma non si era mai sognato di inserire anche il Trebbiano, che invece veniva usato con generosità nell’uvaggio. La svolta arrivò negli anni ’80 quando un gruppo di produttori del Classico decise di unirsi e di puntare decisamente sul Sangiovese e, di conseguenza, su un vino più «complicato» ma sicuramente più longevo, più strutturato e interessante. Nel 1996 arrivò anche il riconoscimento che tutti aspettavano: il Chianti classico diventava una Docg e si differenziava dalle altre zone di produzione dello stesso vino. Oggi ormai i vignaioli del Consorzio usano un Sangiovese in purezza che regala vini di grande qualità. Per la felicità dei due grandi Padri nobili.